Come il Coronavirus ha cambiato l’approccio alla cura?
Molto è cambiato del mondo come lo conoscevamo prima che la pandemia di Coronavirus ci travolgesse ormai due anni fa. Tra i tanti aspetti delle nostre vite che hanno subìto stravolgimenti importanti c’è sicuramente l’approccio al nostro modo di curare e curarci, un aspetto che come medici non può che starci particolarmente a cuore.
All’inizio, di fronte alla prima fase di emergenza, alla paura del contagio, irrimediabilmente vulnerabili perché senza alcuno strumento di difesa, la reazione di molti per evitare di entrare in contatto col virus in studi medici, ospedali e cliniche, è stata quella di rinunciare alle cure, quantomeno quelle considerate non urgenti. E lo stesso approccio è stato quello di medici e strutture, odontoiatri inclusi, che hanno rimandato o annullato tantissimi appuntamenti, visite programmate, interventi di routine.

“Una convivenza necessaria”
Un approccio giustificato e giustificabile di fronte alla speranza che l’epidemia si esaurisse in poco tempo, con l’arrivo dei vaccini e le cure per fronteggiare il virus. Oggi la situazione è molto diversa. I vaccini hanno ridotto se non quasi azzerato l’evoluzione mortale o clinicamente grave della malattia e i nuovi contagi sono decisamente meno pericolosi, ma ci dicono che probabilmente convivremo con questo virus ancora per molto tempo. È quindi necessario trovare un modo per abbandonare lo stato di emergenza e, appunto, rassegnarsi a “una convivenza necessaria”, come l’ha definita Massimo Recalcati, abituandoci all’idea che il rischio di contagio è una possibilità quotidiana, ma accettabile perché esente da rischi gravi per la nostra salute.
Un rischio che non deve farci rinunciare assolutamente a prenderci cura della salute a 360 gradi. Rimandare la visita specialistica, le analisi, il controllo periodico, l’igiene orale professionale, non è più un approccio tollerabile, soprattutto nel lungo periodo. Occorre tornare alla normalità, per quanto possa essere diversa da quella di un tempo.
Gli studi medici e odontoiatrici che rispettano scrupolosamente, come anche noi facciamo quotidianamente, i protocolli e le indicazioni date dal Ministero della Salute e dalle associazioni di categoria per garantire la massima igienizzazione e la sicurezza degli spazi, sono luoghi sicuri e garantiscono l’affidabilità della cura. Una sicurezza che è più facile trovare in uno studio medico che in molti altri luoghi che pure continuiamo a frequentare ogni giorno, per necessità o piacere che sia.

L’importanza della relazione tra medico e paziente
Ricostruire il rapporto di fiducia tra paziente e medico, qualunque sia la sua specializzazione, è però il punto da cui ripartire. Il rischio è, infatti, che per concentrarsi su protocolli e distanziamenti si perda di vista questa relazione, che deve mettere al centro di tutto l’umanità della cura.
Tra le cose che ci ha insegnato vivere questa esperienza c’è senza dubbio l’importanza della comunicazione tra medico e paziente, che per necessità in molti periodi ha dovuto fare a meno del contatto fisico e della vista diretta. Il tempo della comunicazione è esso stesso tempo di cura. Funzionale, se non addirittura essenziale, a comprendere le necessità del paziente per costruire il percorso da fare insieme al fine di soddisfarle.
Di fronte alla solitudine a cui il Coronavirus ci ha condannati, soprattutto in momenti cruciali quali la morte e la nascita, ricostruire questa relazione è una forma di resistenza e di resilienza.
È da questa relazione e della centralità dell’aspetto umano della cura che le persone possono e devono tornare a prendersi cura di se stesse, ragionare in termini di qualità della vita, considerare il benessere multidimensionale sia dell’individuo che delle comunità. Ciò impone di rivoluzionare il modo di essere medici, scrivere una rinnovata deontologia professionale, che mettendo la relazione al centro ricordi al paziente che prima di essere un medico chi si trova di fronte è una persona. Esattamente come lei o lui. Un impegno che ci prendiamo da anni, prima ancora dell’arrivo della pandemia, ma che oggi ci vede ancora più attenti e sensibili.


